Due gambe alzate verso il cielo azzurro con qualche nuvoletta, fotografate dalla prospettiva del suolo.

Se solo trovassimo nuovi rituali

slegati dall’Io, intimamente intriso

di sguardi domina(n)ti di categorie banali

 

potremmo sentirci i piedi, ancoràti ad una terra con ph preciso

appoggiarci con reverenza, con memoria dei passi distinti

di chi per noi e questo suolo lotta e finisce rinchiuso.

 

Riusciremmo a formare una rete ad impulsi vibranti

fatta di fili d’erba, una rete miceliare

di ascolto, non di parole alienanti

 

impareremmo ad essere costanti nel dare

per responsabilità del ricevere:

ci costerebbe tanto, toccherebbe sperare,

 

più forte che mai in un mondo possibile.

Celebreremmo i cambiamenti in ogni giornata, ogni vita

libando agli elementi, ammirando ciò che appare invisibile

 

ci puliremmo le ferite l’un l’altra con cura infinita,

con acqua di fiori nuovi

e cenere di rabbia svanita.

 

Lasceremmo campo al non-umano, per non esserne padroni

ci daremmo il tempo di stare, riposarci

ci sapremmo proteggere senza invocare armi o confini

 

bruceremmo i nostri capelli caduti per ricordarci

che quello che si perde torna a restituire. Allora

sapremo, invece di distrarci,

 

che essere è più importante di cercare ancòra,

ma smette di essere meta solo quando diventa dimora.

Arianna Battiston

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