
Se solo trovassimo nuovi rituali
slegati dall’Io, intimamente intriso
di sguardi domina(n)ti di categorie banali
potremmo sentirci i piedi, ancoràti ad una terra con ph preciso
appoggiarci con reverenza, con memoria dei passi distinti
di chi per noi e questo suolo lotta e finisce rinchiuso.
Riusciremmo a formare una rete ad impulsi vibranti
fatta di fili d’erba, una rete miceliare
di ascolto, non di parole alienanti
impareremmo ad essere costanti nel dare
per responsabilità del ricevere:
ci costerebbe tanto, toccherebbe sperare,
più forte che mai in un mondo possibile.
Celebreremmo i cambiamenti in ogni giornata, ogni vita
libando agli elementi, ammirando ciò che appare invisibile
ci puliremmo le ferite l’un l’altra con cura infinita,
con acqua di fiori nuovi
e cenere di rabbia svanita.
Lasceremmo campo al non-umano, per non esserne padroni
ci daremmo il tempo di stare, riposarci
ci sapremmo proteggere senza invocare armi o confini
bruceremmo i nostri capelli caduti per ricordarci
che quello che si perde torna a restituire. Allora
sapremo, invece di distrarci,